Intervista di: Elena Torre
Per “Da Sapere”
Per oltre vent’anni la tua penna per i grandi giornali nazionali ha raccontato storie da tutto il mondo. Europa, Asia, Africa, America, Medio Oriente, ma come scrittore hai deciso di raccontare il nostro Paese, ne “L’Italia degli inganni”, per i tipi della “Nuova Ipsa Editore, come mai?
“L’Italia è il Paese dove sono nato e dove ho deciso di vivere, una nazione che conta molti santi della Chiesa, ma che non può essere definito un Paese di santi. Ho dedicato “L’Italia degli inganni” chi ama la verità”, in particolare alle nuove generazioni che non hanno avuto modo di conoscere, se non in modo improprio e spesso falsate, molte parti della storia d’Italia, anche recenti, intrise di intrighi, tradimenti, scandali, delitti, depistaggi, stragi impunite, processi imbarazzanti, intrallazzi. Come ha titolato un quotidiano italiano “La storia d’Italia mai scritta”. Un atto di coscienza, convinto che solo dalla memoria di un passato non mistificato è possibile lottare per una svolta vera, non illusoria, di un Paese”.
La tua passione per il thriller quando nasce?
“Fin da giovanissimo. Da quando ricercavo e assaporavo la lettura di grandi giallisti come Raymond Chandler, Mickey Spillane, Rex Stout, Peter Cheyney, che davano vita, in modo coinvolgente, a personaggi come Lemmy Caution, lo sprezzante, spericolato, divertente agente dell’FBI, o come il cocciuto investigatore privato Slim Callagan, storie che mi tenevano incollato alle pagine. Mi dissi che doveva essere un piacere scrivere trame intriganti, che magari guardassero al passato. Purtroppo, il quotidiano lavoro giornalistico per molti anni non mi ha concesso respiro, finché non ho deciso di cambiare un po’ la mia vita e concedermi tempo per le cose che volevo fare, ma che non avevo mai avuto la possibilità di fare. E così nacque “L’intrigo parallelo” il libro che amo di più, e sul quale, con molta sincerità, non mi aspettavo tanta benevola attenzione da parte della critica. I diritti sono stati ora acquistati da Newton Compton per la sua riedizione”.
Nel tuo ultimo libro pubblicato, “La congiura dei monaci maledetti”, troneggia la figura di Savonarola. Approfondendo la sua vita che idea ti sei fatto?
“Di una personalità che affascina, immensa e, purtroppo, trascurata nel tempo. Un frate di una forza e fede sconfinata, che per amore della Chiesa si oppone alle malefatte di papa Clemente VI, al secolo Rodrigo Borgia, e paga con la morte le scomode verità. Mi convinsi che il suo pensiero, ancora attuale e poco conosciuto, andasse riproposto. Ma come? Non certo con la solita biografia postuma, ma qualcosa che potesse coinvolgere nella lettura. Pensai a un thriller. E fu la carta vincente. Impiantato ai giorni nostri, si impasta con il passato. Mi recai a Firenze, incontrai i domenicani del monastero di San Marco, dove Girolamo Savonarola fu abate nella seconda metà del Quattrocento, visitai i luoghi della vicenda e, passo passo, nacque “La congiura dei monaci maledetti”, definito il caso editoriale dell’anno, un giallo complesso, una vicenda incredibile agli occhi degli investigatori, gli stessi che indagarono nella vicenda de “L’Intrigo Parallelo” e che dimostrano, ancora una volta, la propria acutezza di pensiero, che li porta, infine, a capire chi muove i fili di una vicenda che affonda le sue radici in tempi lontanissimi. La mia soddisfazione? Che migliaia di persone si sono ritrovate, attraverso un giallo, a “risentire”, a distanza di 500 anni, la voce del grande monaco”.
In che modo ti ha arricchito la sua stesura?
“Ha convalidato la mia conclusione che non bisogna mai arretrare davanti a un sogno di lotta, a non lasciare il passo a chi non lo merita, a non cadere nella tentazione del compromesso”.
A cosa ti stai dedicando oggi?
“Ho posto da poco, sempre per i tipi della “Newton Compton Editori”, la parola fine a un altro lavoro “Il codice dei cavalieri di Cristo”. Non è stato facile affrontare le ricerche che lo sostengono, in Italia e in Portogallo. Il personaggio principale, come nei libri precedenti, è sempre l’irriverente vicequestore Barraco, capo della squadra mobile di Palermo. Un thriller che, partendo dal presente, si proietta nel passato, ai tempi di Enrico il Navigatore. Circa 400 pagine di misteri insoluti, che solo nell’ultimo capitolo trovano soluzione. E poiché, confesso, mi viene difficile stare lontano dalla tastiera del computer, ho iniziato un nuovo thriller… “I serpenti del Vaticano”, ma avremo modo di parlarne”.
Di Lorenzo Coppolino
Pe il Blog letterario “Mangialibri”
Quel particolare genere che vive sospeso tra thriller, romanzo storico ed esoterismo è un vero e proprio marchio di fabbrica della narrativa italiana, sin dall’uscita dell’epocale Il nome della rosa di Umberto Eco. Da allora, numerosi sono stati gli scrittori italiani che hanno regalato al pubblico infinite declinazioni dell’illustre modello. Uno dei protagonisti di questo che potremmo definire un genere a sé ‒ ma che non è di certo il suo unico territorio artistico ‒ oggi è Carmelo Nicolosi De Luca. Gli abbiamo rivolto qualche domanda via mail.
Iniziamo in medias res: chi è Carmelo Nicolosi De Luca?
Un giornalista che ha trascorso gran parte della vita a lavorare in quasi tutte le parti del mondo, anche in situazioni difficili. Ha diretto alcuni periodici di attualità e politici, ha lavorato 23 anni per il “Corriere della Sera”, è direttore di un mensile in edicola col “Giornale di Sicilia”. Vive a Palermo, ma è nato a Catania. In passato ha provato a cimentarsi nel campo della letteratura, con buon successo. Poi si è fermato per molti anni, preso dai suoi reportage. In età matura, con più tempo a disposizione, ha avvertito il desiderio di ritornare all’amore per i libri, pubblicando L’intrigo parallelo, un thriller-verità che gli è valso premi e ottime recensioni sui più importanti quotidiani, periodici e organi televisivi italiani. Ma il “vizietto” delle inchieste, non del tutto sopito, ha portato in libreria L’Italia degli inganni, definito dalla critica “Il libro di storia d’Italia mai scritta”. Di recente, per i tipi di Newton Compton, ha pubblicato La congiura dei monaci maledetti, entrato subito in classifica tra i libri più letti nel Paese.
Quanto ti ha impegnato quest’opera? Ha avuto una lunga gestazione? Cosa significa per te scrivere?
Mi ha impegnato molto in fase di ricerca. A Firenze ho calcato i passi di Savonarola e molto devo ai frati del monastero di San Marco di quella città. La gestazione concettuale non è stata invece lunga. Mi sono innamorato del personaggio di Savonarola, delle sue opere, delle sue forti prediche, del suo senso di giustizia e amore per la Chiesa ed ho pensato che la sua storia andasse riproposta. Mi sono servito di un thriller, con gli stessi personaggi già amati da molti ne L’intrigo parallelo. Una biografia non avrebbe avuto i lettori che sta avendo La congiura dei monaci maledetti. Cosa significa per me scrivere? Mi servo di una frase, la chiusura di un’intervista fattami da un caro collega circa 20 anni fa, che conservo ancora: “Sei nato per scrivere”. Di fatto, non saprei fare altro.
Palermo e Firenze sono le città protagoniste del tuo ultimo romanzo. Cosa rappresentano per te?
Molto. Palermo, città splendida con le sue inestimabili bellezze naturali, monumentali e architettoniche, mi ha accolto bene, nonostante la storica rivalità con Catania, e mi ha dato molto in termini di affetto. Firenze, è una città che non può non rimanere nel cuore di chi la visita per la sua storia, le sue gallerie, le bellezze che mozzano il fiato.
I personaggi de La congiura dei monaci maledetti, a mio modo di vedere decisamente riusciti nella loro semplicità, potranno avere un futuro in altre opere oppure hai concepito questo romanzo come un unicum?
Gli investigatori che troviamo nel romanzo hanno già un vissuto ne L’intrigo parallelo, del quale la Newton Compton ha acquistato i diritti per una nuova edizione. E hanno anche un futuro.. Sono tantissimi i lettori che mi hanno “imposto” un nuovo lavoro al quale sto già lavorando.
Nell’opera sembra che vi sia un’ispirazione proveniente da Dan Brown e Umberto Eco. Ti sei ispirato ad altri autori nel concepire questo thriller dai forti riferimenti storici?
Assolutamente no. Anche i diversi accostamenti della critica ai due scrittori da te citati, mi hanno lasciato perplesso. Di Dan Brown ho letto solo un lavoro, mentre l’accostamento a Il nome della rosa del caro Umberto Eco viene forse riferito alla enigmaticità del romanzo, ma sono libri totalmente diversi.
Nel tuo romanzo sei riuscito a mettere insieme due tra i filoni più seguiti nel panorama letterario italiano: i complotti misteriosi di matrice storica e il giallo/thriller regionalista alla Camilleri. Qual è la tua idea del panorama letterario italiano, sia come autore che come lettore?
In Italia ci sono degli ottimi autori e in libreria degli ottimi titoli, anche se talora si notano passi falsi anche in celebrati autori. Per esempio. ho letto un lavoro di uno dei più venduti autori italiani nel campo dei gialli: due capitoli non avevano nulla a che fare con la storia in essere. Proprio avulsi. Forse occorreva rimpolpare il numero delle pagine. Così facendo si innervosisce il lettore. Andrea Camilleri non si discute. Il suo Montalbano è stata un’idea vincente, come vincente è il suo miscuglio di italiano-siciliano. La mia impressione è che non ci sia tra i frequentatori di librerie una vera cultura del libro. Si punta, nell’acquisto, soprattutto durante le feste, sul nome noto, credendo di andare sul sicuro, ma non sempre è così. Occorre guardare anche a scrittori meno celebri, magari giovani, promesse del futuro. E ce ne sono che scrivono roba veramente buona.
ULTIMI LBRI DI CARMELO NICOLOSI DE LUCA
La congiura dei monaci maledetti
I serpenti del Vaticano
Il codice dei cavalieri di Cristo
L’Intrigo parallelo (in ristampa)